08 gennaio 2010

Ti amo in hawaiiano

D'inverno Eugenia ha la fica fredda. Come tutte le bambole gonfiabili, penso. Io però ho trovato una soluzione, metto sul fuoco un pentolino d'acqua, lo faccio bollire, metà acqua poi la verso in una tazza per farci il tè, l'altra metà la verso in un preservativo. Poi chiudo il preservativo con un nodo e infilo questo gavettone caldo nella fica di Eugenia. Poi bevo il tè, sorseggiandolo a poco a poco, mentre la fica di Eugenia si scalda. Il mio tè preferito è TèAmo Clebbino aromatizzato con acquaragia. Finito di bere il tè sfilo il preservativo dalla fica di Eugenia e ci infilo il cazzo, dopo è come fare l'amore alla Hawaii.
"Aloha wau ia 'oe", sussurro all'orecchio di plastica di Eugenia, che vuol dire ti amo in hawaiiano. Me lo ha detto Creativo n.4, che ci è stato in vacanza, alle Hawaii. L'hawaiiano è una lingua con un sacco di vocali, ha detto, è come parlare senza dentiera.
Dopo l'amore non mi lavo subito, e non lavo subito neanche Eugenia, mi copro con un plaid e resto disteso sul divano a seguire le evoluzioni di Domenico sulle pareti del soggiorno. Evoluzioni è una parola grossa, Domenico si muove pochissimo. Forse si sente solo, gli manca uno stimolo. Forse dovrei procurargli un geko di plastica, per l'amore. Ma forse è ancora piccolo, o forse sono io che lo vedo così, per i genitori i figli non crescono mai, sono sempre dei bambini.

18 dicembre 2009

Non ci vivrei

Io viaggio molto poco perché ho scoperto che siccome tutto e tutti si muovono forsennatamente, se io sto fermo le cose arrivano da me, perciò è come se viaggiassi, ma stando fermo. Se no se viaggiassi anche io insieme a tutti gli altri alla fine sarei sempre in mezzo ai soliti e alle cose di sempre che viaggiano con me, e quindi sarebbe come stare fermo. Ma non era questo che volevo dire.
Ogni tanto qualcuno torna da qualche viaggio e dice di essere stato a Parigi o New York o San Pietroburgo o Venezia o Trieste o Barcellona o Lisbona o Kuala Lumpur, insomma in una città. A questo punto c'è sempre qualcun altro (non io, io mai nella vita) che chiede: ah, e com'è? Intendendo la città. E quasi sempre la risposta è:
- Bella, ma non ci vivrei.
È bella, ma lui non ci vivrebbe.
Cioè, mai nessuno che una volta risponda "Fa schifo, ma vorrei tanto viverci". No, tutti a dire "è bella, ma non ci vivrei". E infatti, non ci vivi. Infatti, vivi qui. Lì ci sei solo andato in vacanza, o in viaggio. Ci sei andato per qualche giorno, e poi basta. Allora che me lo dici a fare? Ti ho forse chiesto (non io, io non lo chiedo mai, mi sto immedesimando nel personaggio), ti ho forse chiesto se ci vivresti? Non ti ho chiesto se ci vivresti, ti ho chiesto com'è. Non è che se rispondi solo che è bella io penso subito "ah, ecco dove vorrebbe vivere costui", no, non lo penso. Come se poi tu qua invece ci vivessi perché è bello, ma per favore. Tu qua ci vivi perché ci lavori o ci sei nato o ci hai messo su famiglia, magari poi ti piace anche come posto, ma non sarà solo per quello che ci vivi.
- Bella, ma non ci vivrei.
Avete capito cittadini di quella bella città? Lui non ci vivrebbe, nella vostra città. Vi state strappando i capelli, vero? Vi state suicidando dalla disperazione, non è così? Avete perso un potenziale cittadino, lo so, è dura da mandare giù.
Non so, uno potrebbe rispondere, ogni tanto: "Rumorosa, ma non ci mangerei" o "Antica, ma non ci dormirei", "Priva di barriere architettoniche, ma non ci passeggerei".
- Bella, ma non ci vivrei.
Che è un po' dire che tutti quelli che invece ci vivono sono dei coglioni.
A me certe cose, mi mandano fuori di testa.

01 dicembre 2009

Un goccetto con Ermete

Sono andato nella Zona Deumanizzata a trovare Ermete. Indossava un giubbotto di jeans e sotto una specie di gilet fatto con le buste della spesa e stava raccogliendo lumache nel cortile dietro al condominio diroccato dove vive.
– Ah sei tu. Sei venuto a farmi gli auguri di Pasqua?
– Veramente tra un po' è Natale.
– Natale? Pensa tu.
– Che ci fai con le lumache, le mangi?
Mi ha guardato di traverso e ha cominciato a ridere, si stava sbellicando.
– Fa così tanto ridere?
Ha fatto un gesto con la mano mentre rideva, come per dire "altroché".
– Ma dicevo sul serio, non era una battuta.
– Ah. Pensavo. No, comunque no, non le mangio, me le faccio strisciare addosso la sera prima di addormentarmi, mi rilassa.
Dopo siamo entrati in casa, faceva un freddo tremendo. Lui si è tolto il giubbotto di jeans, restando in buste di plastica.
– Bevi qualcosa? – mi ha chiesto Ermete.
– Volentieri.
– Che ti dò?
– Quello che hai.
Si è alzato ed è andato in cucina, l'ho sentito rovistare. Poi è tornato con due bicchierini di plastica con dentro un amaro verdognolo.
– Salute – ha detto.
Abbiamo bevuto. Sapeva di collutorio.
– Com'è? – ha chiesto Ermete.
– Insomma. Sa di collutorio.
È collutorio.
– Ah. In tal caso, niente male.
Poi siamo stati zitti. Si sentiva solo un sibilo, era il respiro di Ermete. Come una nota di violino tenue tenue, quando espirava. Io ero tranquillo perché sapevo che mai Ermete mi avrebbe detto "Allora, che mi racconti?" o qualcosa del genere, no, lui sarebbe stato zitto, e infatti stava zitto, e suonava il violino con il respiro, piano. Anche se faceva freddo mi sono un po' assopito.

17 novembre 2009

Chiedere l'amicizia

Sono caduto con il motorino mentre consegnavo le pizze. Stavo facendo un esercizio di rilassamento che mi ha consigliato Armenia. Mi ha detto Armenia quando mi monta il nervoso di chiudere gli occhi e visualizzare qualcosa di pacificante. Io avevo avuto un alterco con Lacazza, il pizzaiolo di Rapidopizza. Tutto era nato dal fatto che io avevo starnutito, e poi avevo detto "forse ho la suina". Lacazza era lì che impastava pizze, e mi fa: "Certo che hai la suina, è la tua fidanzata" ed è scoppiato a ridere che gli mancava l'aria. Io non l'ho capita subito, l'ho capita solo dopo un po', ma a quel punto ormai ero già sullo scooter che stavo consegnando le pizze, e ovviamente mi è montato il nervoso. Allora ho fatto come mi ha consigliato Armenia, ho chiuso gli occhi. Solo che non mi veniva da visualizzare niente di pacificante. Vedevo solo buio, e il buio non è pacificante. Poi mi è comparsa l'immagine di Lacazza impalato a una trave. Poi mi è comparsa la fica di Armenia. Poi niente, ho sentito un gran botto, ho aperto gli occhi e il botto ero io che mi ero schiantato con il motorino contro una macchina parcheggiata, io ero volato contro il parabrezza. Ho richiuso gli occhi pensando a qualcosa di pacificante, ma una voce mi ha costretto a riaprire gli occhi, era la voce del proprietario dell'auto.
- Ehi, ragazzo, ehi, che cazzo è successo?
- Sto cercando di visualizzare qualcosa di pacificante.
- LA MIA MACCHINA! SEI FINITO CON LO SCOOTER SULLA MIA MACCHINA!
Ho aperto gli occhi, non c'era verso.
- Non se la prenda. Vuole darmi la sua amicizia?
- Come?
Mi faceva male il collo. Ho cercato di scandire le parole.
- Vuole - darmi - la - sua - amicizia?
- Mi hai distrutto la macchina, stronzo! Non voglio la tua amicizia, voglio i tuoi documenti e i dati della tua assicurazione!
- Dove sono finite le pizze, hai per caso visto le pizze?
Lo scooter per fortuna andava ancora. Dopo aver espletato le formalità, ho raccattato le pizze dall'asfalto, le ho rimesse nei cartoni e le ho consegnate a chi di dovere. Chi di dovere era un tizio della mia età circa che abitava in centro.
- Che è successo alle pizze?
- Niente, perché?
- I cartoni sono distrutti.
- Non fermarti all'apparenza, amico.
- Non sono tuo amico. E poi cosa sono questi sassolini in mezzo alla pizza?
- Posso chiederti la tua amicizia?
- Ma vaffanculo. Chi ti conosce.
- Il mio nome è Jimmy Bandini. Posso chiedere la tua amicizia?
- Stai sanguinando, stronzo! Sei fuori di testa?
Non mi ricordo se mi ha dato la mancia o no, avevo le idee un po' confuse. Quando sono arrivato a casa c'era Armenia che stava leggendo Io Elettrodomestico, la sua rivista preferita.
- Santiddio, che ti è successo? - ha urlato vedendomi.
- I tuoi esercizi di visualizzazione sono pericolosi, lo sai? E poi chiedo l'amicizia a un sacco di persone ma nessuno me la dà, perché?
Comunque non ho la suina. E se anche fosse non me ne sbatte un cazzo.

09 novembre 2009

Chiudi gli occhi e apri la bocca

Quando ero piccolo giocavamo a "Chiudi gli occhi e apri la bocca", ogni volta io lo facevo, chiudevo gli occhi e aprivo la bocca, e ogni volta mi infilavano in bocca un sasso, una cartaccia, una caccola. Io aprivo gli occhi e sputavo, l'altro rideva. Dopo un po' arrivava qualcun altro e mi rifaceva la stessa domanda, e io, che sono furbo, so che di solito nei giochi l'obiettivo è spiazzare l'altro, credevano che io non l'avrei rifatto, ma io lo rifacevo invece, chiudevo gli occhi e aprivo la bocca, ha!, non se l'aspettavano mica. E mi infilavano in bocca un pugno di sabbia, una batteria scarica, una scarpa. Io aprivo gli occhi, e sputavo, loro ridevano. A quel punto praticamente tutti erano convinti che non ci sarei ricascato, ma io li fregavo sempre, e non appena ricapitava, io zac, chiudevo gli occhi, rizàc, aprivo la bocca, e stavolta mi aspettavo un cioccolatino, un pezzo di torta, una patatina. E invece regolarmente arrivavano insetti morti, foglie d'ortica, lamette da barba. Ma io non ho smesso di chiudere gli occhi e aprire la bocca, non potrei mai permettermi di perdere l'occasione buona la volta che capita, non mi farò trovare impreparato, prima o poi arriverà la cosa buona e saporita, dolce e inaspettata.
Ierisera quando sono tornato a casa ho chiesto a Eugenia di chiudere gli occhi e aprire la bocca. Lei in effetti ha sempre la bocca aperta, non c'è neanche da chiederglielo, è come me, la amo anche per questo. Anche se però lei gli occhi non li chiude, ce li ha sempre aperti, pure quelli. Però sono sicuro comunque che guarda da un'altra parte, per non rovinarsi la sorpresa. Insomma le ho detto di chiudere gli occhi e aprire la bocca e lei magari si aspettava che le avrei infilato il pene in bocca, perché di solito è così, e invece no, le ho fatto una sorpresa e le ho infilato in bocca la lingua. Con la punta della lingua ho sentito il sapore del mio sperma. Non me l'aspettavo. Il segreto, penso, è non aspettarsi le cose.

06 novembre 2009

Nei bagni della palestra dopo la Giornata della Rivincita

Ieri era il Giorno della Rivincita. Tutti giù nella palestra aziendale a vendicarsi sulle malefatte del Reparto Entropia. Alla fine avevo le mani rosse per gli schiaffi dati e male alle mascelle, credo per un attacco di bruxismo, che come mi ha spiegato Sanpietròli è quando digrigni i denti involontariamente.
Dopo, mentre ero nei bagni della palestra a scacquarmi la faccia con acqua fredda, è spuntata sulla porta Cinzia Pontesi, alias Penelope 5, aveva ancora le guance rosse per gli schiaffi, non tutti dati da me, sia chiaro.
- Ueilà - ho detto, con la faccia ancora bagnata. Ueilà è un saluto che mi sono inventato io. Contiene quattro vocali. Per renderlo perfetto dovrei ancora aggiungere una "o", ma non so ancora dove piazzarla, se fare "uei-o-là" o "ueil-o-à", insomma ci sto lavorando.
- Volevo dirti una cosa - ha detto Penelope 5.
- Un po' di acqua fredda in faccia ti farebbe bene.
- Grazie.
- Cosa volevi dirmi?
- Ho intenzione di aderire alla Cassa Ibernazione.
- Ueilà, ueilà. Questa sì che è una notizia.
- Infatti sì.
Non mi ero ancora asciugato la faccia, gocciavo dal mento. Mi sono sentito tipo qualcosa, tipo strano.
- Hai già compilato il modulo per la richiesta? - ho chiesto.
- Non ancora, intendo farlo domani, dopodomani.
- Dovresti mettere del ghiaccio sullo zigomo destro.
- Grazie. Dovresti asciugarti la faccia.
Vaffanculo. Grazie questo e grazie quell'altro. Vaffanculo.
- Beata te che puoi.
- Che posso cosa.
- Aderire al programma. La Cassa Ibernazione.
Ha guardato da qualche parte sopra la mia testa.
- Non so. Magari tra due, tre, dieci anni mi sveglio che le cose sono diverse.
Non sapevo cosa dire, allora sono scoppiato a ridere.

02 novembre 2009

Qualcosa dentro la stampante

Da un po' di giorni la stampante non andava, probabilmente uno scherzo del Reparto Entropia, pensavamo tutti, ma nessuno si degnava di chiamare un tecnico, un classico. Stamattina però dovevo assolutamente stampare un documento, proprio non potevo rimandare questa cosa, allora ho ingollato un paio di TieniDuro Clebbino con un bicchiere d'acqua, poi mi sono alzato raccogliendo le forze, ero deciso a fare una cosa che non si fa mai, cercare di riparare da solo il guasto alla stampante, magari era solo un foglio incastrato nelle viscere di quel macchinario infernale, ce la potevo fare benissimo, cosa vuoi che sia, non riesco a chiudere questa frase.
Allora sono andato alla stampante. Ho aperto lo sportello antistante. Tirato un paio di leve. Sfilato un carrello. intrufolato la mano sotto alcune vaschette. Ho trovato uno sportellino, l'ho aperto. Ho seguito una canaletta. A quel punto non mi bastava più il braccio, allora ho infilato dentro lo sportello anche la testa e il busto. L'odore di inchiostro mi stava bollendo il cervello. Ho tirato un paio di leve, s'è aperta una botola. Procedevo a tentoni, perché non vedevo niente. Poi ho estratto un rullo, scansato una scansia, e alla fine ho afferrato...una mano.
Istintivamente ho urlato. Volevo ritrarre la mano ma adesso era l'altra mano a stringere la mia, me la stava stritolando. È arrivato numero 2.
- Che c'è? Che fai lì?
- C'è qualcuno qua dentro! Qualcuno mi ha afferrato una mano!
- Qualcuno dentro la stampante?
- Aiutami!
- Vuoi che chiami il tecnico?
- Ma che tecnico! Aiutami a tirarlo fuori.
Numero 2 si è piegato e a cominciato a tirarmi per l'altro braccio. Rumori orrendi di ingranaggi e stritolamenti. Alla fine ne è uscito un tizio in salopette blu, coi capelli color ciano.
- E tu chi sei? - abbiamo chiesto io e numero 2, unisoni.
Era il tecnico della stampante. Era incastrato da 3 giorni dentro la stampante.
- Come hai fatto a sopravvivere? - ha chiesto numero 2.
- Restando fermo - ha detto lui.