4 giugno 2018

Il talento della gente

Ieri sera ero in casa e non trovavo più il cellulare, dovevo averlo appoggiato da qualche parte, capita a tutti prima o poi. Allora ho avuto un’idea geniale, ho pensato di usare il telefono fisso per chiamare il numero di telefonia mobile associato al mio cellulare. Ho composto il numero sul cordless ma sul più bello mi è suonato il cellulare. Capita sempre così, quando stai parlando con qualcuno al cellulare suona il telefono fisso, se sei al telefono fisso, tac!, ti chiamano al cellulare, uno non può mai stare tranquillo un attimo a fare quello che sta facendo, la gente ha una specie di talento speciale nel romperti i coglioni. Allora ho appoggiato il cordless sulla scrivania e ho estratto il cellulare dalla tasca dei pantaloni, sul display ho visto che la chiamata proveniva da un numero sconosciuto, un numero fisso, un numero che non avevo in rubrica, sarà sicuramente qualche call center del cazzo ho pensato, e ho risposto, pronto a liquidare l’importuno con fermezza ma sempre con gentilezza, dopotutto era qualcuno che stava solo facendo il suo lavoro, non era niente di personale. Ho detto: pronto?, ma dall’altra parte non si sentiva niente se non una specie di eco lontana, doveva essere un call center ubicato in qualche paese del terzo mondo, forse anche terz’ultimo, a giudicare dal fruscìo che sentivo. Pronto?, Pronto?, dicevo, ma niente, solo questa specie di eco lontana, era sicuramente qualcuno che faceva uno scherzo, uno scherzo da dementi, da bambini delle elementari cerebrolesi, qualcuno che non aveva un cazzo da fare, Vaffanculo! ho urlato e ho chiuso la telefonata, mi sono rimesso il cellulare in tasca e ho ripreso in mano il cordless, dov’eravamo rimasti, cos’è che stavo facendo, chi era quello stronzo che dovevo chiamare?, non mi ricordavo più.

14 maggio 2018

I denti sono il passato

Siccome sono tre giorni che ho mal di denti sono andato dal dentista. Mentre aspettavo in sala d’aspetto ho letto le ultime novità sui giornali e le riviste che il mio dentista mette gratuitamente a disposizione della clientela, un gesto il suo che nel suo piccolo contribuisce al progresso culturale della società e quindi del paese. Mentre leggevo la dichiarazione di Giovanni Ciacci che confermava che Barbara D’Urso e Gerard Butler stanno insieme (“Giovanni, pensi che ci sia del tenero tra Barbara e Gerard?” “Penso proprio di sì, metterei l’intero braccio sul fuoco! Ormai sono inseparabili, è chiaro che ci sia del feeling”) l’assistente si è affacciata in sala d’aspetto e mi ha chiamato. Ho appoggiato la rivista sul tavolo e mentre mi accomodavo in poltrona e l’assistente mi sistemava il bavaglino di carta sul petto mi chiedevo che razza di modo di dire fosse “c’è del tenero”. A quale entità ci si riferisce esattamente? La carne può essere tenera, un coniglietto può essere tenero, il tonno in scatola può essere tenero, il grano può essere tenero, bisogna specificare. Un giornalista dovrebbe essere preciso. Cioè, magari il giornalista si riferisce al grano tenero (“Giovanni, pensi che ci sia del grano tenero tra Barbara D’Urso e Gerard Butler?”) e invece Giovanni Ciacci pensa che sia riferito al tonno, magari una volta ha visto una scatoletta di tonno di quello che si taglia con il grissino collocata sul tavolo al quale erano seduti Barbara D’Urso e Gerard Butler e allora risponde di sì, mentre invece di grano tenero tra Barbara e Gerard neanche l’ombra, per dire. Così poi finisce che l’opinione pubblica si fa un’idea sbagliata della realtà, è anche così che nascono le fake news. Non crede anche lei?, ho chiesto all’assistente.
– Credo che cosa?
– Non ha seguito il ragionamento?
– Che ragionamento?
– Stavo facendo un ragionamento nella mia testa, non l’ha seguito?
– Il dottore arriva tra un attimo – ha tagliato corto l’assistente, ed è uscita.
Ho appoggiato la testa e ho chiuso gli occhi e mi sono un po’ appisolato, quando la voce di Sanpietròli mi ha svegliato.
– Bandini! È un po’ che non si vede da queste parti.
– Eh, mi fa male un dente, dottore.
– Sì sì, al solito. Vi ricordate di noi poveri odontoiatri solo quando arriva il dolore. Nel frattempo, ha visto?, qua ci siamo allargati. Abbiamo diversificato l’attività, come si suol dire. Abbiamo acquisito lo studio alla porta qui accanto.
– Dottore, sono tre giorni che ho male qua.
– Apra la bocca. Sbiancamento dell’ano.
– Ah?
– Sbiancamento dell’ano. È di questo che ci occupiamo nello studio qua accanto. Lo sbiancamento dell’ano è il futuro.
– E usate gli stessi strumenti che usate qui...?
Sanpietròli è scoppiato a ridere.
– Ma cosa dice! Apra la bocca e non parli. No, no, non me ne occupo io direttamente, un mio collega, specializzato. Ed è bravissimo, sa? Un vero talento. È il Mozart dello sbiancamento anale. Dovrebbe farci un pensierino anche lei.
– Ngooooo.
– Apra di più. Eh, invece sì, caro mio. A queste cose ci si pensa sempre troppo tardi. Noi usiamo il laser. Ha presente quell’alone più scuro che ha la pelle nella zona circostante l’ano? Insomma non è un bel vedere no? I suoi denti fanno schifo, caro mio. Andrebbero tolti, tutti. Insomma, con il laser niente più alone marroncino attorno al buchetto del lato B, ahahah. Se vuole le prenoto un consulto con il collega.
– Oeehh ig hengo hehheho.
– Invece dovrebbe! È qui che ha male?
– Ahioooooooooooaaaaaa!!
– Eh eh eh. Già, già. Lo sbiancamento anale, amico mio. Ormai i denti sono il passato. L’ano è il futuro. La gente non sorride più, non c’è più niente da ridere, a che pro curarsi i denti? Ormai se ne stanno al buio in bocca tutto il tempo, sarebbe come pulire lo sgabuzzino di casa, chi è che pulisce lo sgabuzzino? Nessuno! L’ano, invece, un bell’ano circonfuso da una rosea corona di carne del colore dell’alba, un ano così nella società odierna vale quello che valeva un sorriso dieci anni fa. Allora le prenoto un appuntamento, d’accordo? Le faccio fare un 10% di sconto sul preventivo, in  nome dei vecchi tempi di scuola.
– Ngoooooo.
– Aspetti, ora provo a toccare con lo specillo. Apra, apra tutto.
– Aaaaaa.
– Ora spingo eh? Fa male?
– Ahiaaahiaaaaaaahhh!!!
– Ah ah ah! Per la miseria, è proprio marcio fino al nervo. Spingo di nuovo, fa male?
– Ahiaaaaahhhanhuloooooo!
– Ah ah ah! Va bene, si sciacqui. È cariato, va tolto. Alcuni studi usano l’idrochinone, ma mi dia retta, il laser è la tecnologia migliore per agire sulla pigmentazione dell’ano.
– Senta, non mi interessa, il mio ano va bene così.
– L’ho fatto anche io, sa? Vuol vedere?
Più tardi, mentre facevo la fila in farmacia per comprare l’antinfiammatorio, pensavo che anche il legno può essere tenero, o l’età, in tenera età, come si dice. Ci sono un sacco di cose tènere, non puoi stare sul vago, e quell’altro che risponde che metterebbe l’intero braccio sul fuoco, ma se non sai neanche di che cosa si sta parlando esattamente, razza di idiota.

16 marzo 2018

Di cosa ci occupiamo nella vita

L’altro giorno me ne stavo nel mio ufficio, davanti allo schermo del computer. Con una lente di ingrandimento stavo contando i pixel dello schermo, quando a un certo punto è suonato il telefono. Era il suono di una chiamata interna, ma sul display non è comparso nessun numero. Allora non ho risposto. Dopo tre squilli, il telefono ha smesso di suonare. Ho alzato la cornetta e ho chiamato Creativo n.2.
– Che succede?
– Sei tu che mi hai chiamato?
– No.
– Ok.
– Ok.
Ho messo giù. Ho tamburellato con le dita sulla scrivania. Poi mi sono alzato e sono andato nell’ufficio di Numero Due. L’ho trovato che stava facendo girare il suo smartphone sul tavolo, come una trottola.
– Che c’è ancora? – mi ha detto, mentre lo smartphone ruotava.
– Mi stavo chiedendo una cosa.
– C’è Google per questo.
– No, non credo. Non per questa domanda.
– Sarebbe?
Mi sono seduto di fronte a lui. Non sapevo bene come metterla giù.
– Mi chiedevo. Noi, esattamente. Che lavoro facciamo?
– Noi, intendi la Clebbino?
– No, non tutta l’azienda. Intendo noi: io, te, gli altri del Reparto Creazione.
– Come sarebbe che lavoro facciamo. Che ti prende?
– È che ero davanti al computer, poi è suonato il telefono, non lo so, dopo ho guardato queste cose, il computer, il telefono, il mio ufficio, non sapevo bene cosa fare, cosa stavo facendo. Che cosa facciamo noi?
– Cosa facciamo, cosa facciamo. Non è in questi termini che – cioè, facciamo il nostro lavoro. Che domande.
– Cioè? Esattamente?
Numero Due si è stretto tra le spalle.
– Senti, cosa vuoi che ti dica. Lo faccio da talmente tanto tempo che, come dire, è automatico per me. Non è che sto lì a chiedermi che cosa sto facendo. È come respirare. Così su due piedi, voglio dire, non lo so, dipende. Dipende. Forse Numero Una, lei è arrivata da poco, ci fa più caso a queste cose. Andiamo a chiederlo a lei.
Siamo andati nell’ufficio di Numero Una.
Stava scrivendo al computer, e quando siamo entrati senza bussare – noi non bussiamo mai, per non disturbare – ha smesso di battere i tasti e ci ha sorriso.
– È già ora della riunione?
– No, nessuna riunione – ha detto Numero Due, – volevamo chiederti una cosa – e ha guardato me.
– Sì, ecco, ci chiedevamo... – ho abbassato la voce e mi sono piegato verso di lei. Numero Una ha allungato il collo verso di me.
– Che lavoro facciamo noi, qui? – ho chiesto in un sussurro.
Numero Una ha sbattuto le ciglia due-tre volte. Poi è scoppiata a ridere. Io e Numero Due ci siamo uniti alla sua risata. Che spasso! Le lacrime! dopo un po’ abbiamo ripreso fiato. Le ho rifatto la domanda, mentre mi asciugavo gli occhi.
– Ma fai sul serio? – ha detto lei.
Ho annuito.
– Aspetta – ha detto, e ha aperto un cassetto, rovistando. Ha tirato fuori un biglietto da visita.
– Ecco! Qui dice: creativo. Immagino che per me sia “creativa”, ma è uguale, no?
– Sì, sì! Certo, siamo il Reparto Creazione. Questo è. Ma poi, noi, durante l’orario di lavoro, insomma –
– Di che cosa ci occupiamo esattamente? – è intervenuto Numero Due, per cavarmi d’impiccio.
Adesso Numero Una non rideva più. Proprio per niente.
– Cioè, io sono l’ultima arrivata. Siete voi che dovreste –
– Proprio perché sei l’ultima arrivata, capito, noi ci siamo dentro da troppo tempo, neanche ce ne accorgiamo più di quello che facciamo, ma tu, tu – il volto di Numero Due si è improvvisamente illuminato – tu STAVI SCRIVENDO QUALCOSA quando siamo arrivati. Stavi lavorando! Ecco! Ecco! Che cosa scrivevi?
– È vero! Io... no. Un momento. Come non detto.
– Come non detto che? Non essere modesta. Stavi lavorando di gran lena. Facci legg –
Ci siamo precipitati alle sue spalle per vedere che cosa aveva scritto ma siamo rimasti come paralizzati. Sullo schermo del suo computer c’era una schermata di word con scritto:

sfksldkfj slkdfjslk jsldkfjksdo ows pdfsk oad ias aslkd clkj dkfj sldkf jsd kdfsj kdfksjd lskdfjsldkf dkfsjdd kdfjdkj sldkfdksiwhdbycvg jd fo jfiofugoid nfogidiofug jeksfddjfksjre d0difsiofhjsdkf lksòdlfoeri hskdf sldkfjslk jfgofdfdop jgrkng slòdlkfsòdlkfro jifdjkfgldkfjgdlfjg fkfjgirjweshdhjf òodifosjeh jd kjdhdjfhsj odjfj dhkdjf idfh akdjdksj  osdjfhksj  f,còc,s odofis jdhfskjdhfuhfsj jdfhskjdhf jksjhdf dsiufsdoiu ididfus isidufo idfo iudsofi sidf jehskjdfhksjdfhksjdf idusfoidfuoi usoiui du

eccetera eccetera. Numero Due ha fatto scorrere le videate, erano almeno dieci pagine tutte così.
– Ma che roba è? – ha chiesto.
– Ma niente – ha risposto Numero Una, tranquilla, – battevo sui tasti a caso. Mi piace il rumore che fanno, mi rilassa. Lo vedo fare a tutti e allora.
– Ma come sarebbe, hai scritto tutta sta roba riga per riga? – ha chiesto Numero Due, non si poteva capacitare, – cioè, ma non sai copincollare?
– Sentite, qua non ne veniamo a capo – sono intervenuto io. Forse possiamo chiedere a Numero Tre.
– Niente da fare: Numero Tre è in ferie.
– Ferie? Quali ferie? Vuoi dire che è assunto? – ha chiesto Numero Una.
– Allora chiediamo a Numero Quattro – ho detto io, e ho alzato la cornetta, digitato l’interno di Numero Quattro e messo in vivavoce. Numero Quattro ha risposto dopo sei squilli.
– Sì?
– Numero Quattro, siamo Una, Due e Cinque. Ti disturbiamo?
– Che volete? Sì.
– Stavi lavorando?
– Ovvio.
– Fantastico! E cosa stavi facendo?
– ...
– Numero Quattro? Sei lì?
Dall’altra parte del telefono nessuna parola. Solo un rumore di fondo, come una risacca lontana, o il rumore di una cannuccia che rovistava in un bicchiere pieno di ossicini di piccoli animali.



21 febbraio 2018

Come una pioggerella

– Hai sentito quella storia su quel Reparto Entropia a San Pietroburgo? Quelli sì che ci sanno fare – mi ha detto stamattina Creativo n.2 mentre eravamo nella saletta ristoro davanti al distributore automatico di snack.
– Mi manca, il Reparto Entropia – gli ho detto io.
– Anche a me. Ma ormai hanno delocalizzato anche quello. Tocca rassegnarsi.
In realtà non sapevo di cosa stesse parlando. Non leggo né ascolto né guardo le notizie da almeno un anno. La sola parola “notizia” mi fa schifo. Notizia. Notizia. Notizia. Notizia. Notizia. Notizia. Per non parlare di news. News. News. News. News. A pensarci ancora meglio, tutte le parole fanno abbastanza schifo. Bolo rimasticato da milioni di persone migliaia di volte al giorno, è come passarsi di bocca in bocca il cibo dopo averlo ciancicato un po’.
– Perché la gente parla? – ho chiesto a numero 2.
– L’hai appena fatto anche tu.
E infatti avevo in bocca un sapore mefitico, di reflusso gastrico. Ho bevuto un 32 dal distributore automatico di bevande calde.
Mentre percorrevo il corridoio di ritorno nel mio ufficio potevo sentire tutti i clic dei mouse provenienti dagli altri uffici, era come una pioggerella sintetica.
Mi sono seduto davanti al pc.
Questo pc.
Perché la gente parla.
Perché la gente scrive.
Perché la gente fa.
Il problema è che c’è troppa gente, in giro per il pianeta. Troppa vita.
Senza contare che nell’universo la vita è solo la punta dell’iceberg.


22 dicembre 2017

I terroristi

Secondo Ermete Dossi i terroristi dell’Isis hanno inondato il web di video virali di gattini e altre tipologie di video buffi. Lo avrebbero fatto per trasformare gli occidentali alla guida delle loro auto in inconsapevoli armi di distruzione di massa. Così facendo non hanno neanche più bisogno di martiri suicidi che si immolino per la causa: fanno tutto gli infedeli occidentali, che non riescono a resistere a quei video divertentissimi, e li guardano sui loro smartphone anche mentre camminano per strada e mentre guidano. E il risultato è che guardando video virali buffi di gattini si fanno fuori a vicenda trasformando le strade urbane in macellerie messicane.
– Ecco perché non ho uno smartphone, per rispondere alla tua domanda – dice, grattandosi con un dito sotto la benda da pirata l’occhio che non ha più.
– Come va con gli antidepressivi? – chiedo, preoccupato.
– Adesso ti faccio vedere come faccio la spesa.
Entriamo all’Esselunga. Lo seguo mentre si aggira per le corsie, e mi rendo conto che non ha preso carrelli o carrellini. Forse deve comprare poche cose. Ma lui non sta guardando i prodotti, cammina guardando le persone, come se cercasse qualcuno. Gli altoparlanti diffondono canzoni natalizie.
All’improvviso mi fa un cenno con il capo verso un ragazzotto con il naso appicciato allo schermo del suo telefono.
– Gattini virali – mi sussurra all’orecchio. Col suo passo piratesco gli si avvicina, poi, come se niente fosse, lascia cadere nel carrellino del ragazzo un pacco di pasta, una confezione di pelati, una confezione di parmigiano. Quello non si accorge di niente. Seguo Ermete che va alla cassa. Compra un pacchetto di chewing gum e una busta Esselunga.
– Non capisco – gli faccio.
– Gattini virali – ripete ridacchiando e si posiziona in un angolino tra le casse e l’uscita.
– Che stiamo facendo? – gli chiedo.
– Adesso aspettiamo.
Dopo un po', il ragazzotto arriva alla cassa e comincia a spostare macchinalmente le sue cose dal carrellino sul nastro trasportatore, continuando a guardare nel suo telefono. Poi infila in fretta e furia la spesa nella busta, paga e si avvia all’uscita con la sua busta della spesa, diretto verso di noi. Ermete fa un respiro profondo e si incammina verso di lui con il suo sacchetto Esselunga con dentro la confezione di chewing gum. Il ragazzotto sta di nuovo smanettando con il telefono e non si accorge di Ermete che gli va praticamente addosso, facendogli cadere la busta della spesa che si rovescia in terra. Ermete lascia cadere la sua, di busta.
– Oh che sbadato, scusami tanto, è colpa del mio occhio sai – dice Ermete. Il ragazzotto mugugna qualcosa, si piegano entrambi a raccogliere le cose sparse in terra.
Gli altoparlanti diffondono canzoni natalizie.
– Queste sono sue mi sa – dice quello, raccogliendo la pasta, i pelati e il parmigiano.
– Ah sì grazie, devono essere cadute fuori dalla mia busta. Grazie tante eh. E buone feste.
Usciamo dal supermercato, attraversiamo il parcheggio semivuoto, quanto sanno essere tristi i parcheggi dei supermercati?
– Hai visto? I terroristi ci hanno in pugno ormai – dice.

19 dicembre 2017

Una crisi religiosa

– Credo di avere una crisi religiosa – mi ha detto l’altro giorno mio padre al telefono.
– Arrivo subito – gli ho detto, e ho messo giù il telefono.
Be’, quasi subito. Prima dovevo finire di scoparmi Dolly. Per non essere costretto poi a pulirla ho eiaculato fuori, ma non è stata una buona idea. Lo sperma è finito sui riccioli lanosi di Dolly. Imprecando sono andato in bagno a lavarmi e sono andato da mio padre.
Appena arrivato ho suonato al citofono.
– Sono io. Che succede?
– Aspetta lì che scendo io. Mi accompagni dal ferramenta.
Siamo andati dal ferramenta. Mentre guidavo gli lanciavo delle occhiate, cercando di scorgere i segni della sua crisi religiosa. Mi sembrava perfettamente normale, quasi inespressivo, giusto un po' stanco, o forse solo più vecchio. I padri per darsi un tono ogni tanto invecchiano di botto.
– Guarda la strada quando guidi – ha detto lui.
Entrando in negozio gli ho chiesto che cosa doveva comprare: un decespugliatore? Una microsega a catena? Una smerigliatrice angolare? Dei tappi di sughero?
Senza rispondermi, ha chiesto al commesso se aveva delle calze natalizie.
Calze natalizie? Dal ferramenta? Come no, ho pensato.
Siamo tornati a casa sua con due calze natalizie XXL, rosse, con lucine led annesse. In casa c’era un ordine desolante. Nessun segno di Svetlana. Mio padre ha scostato una sedia dal tavolo e si è seduto.
– Allora, questa crisi religiosa? – ho detto, lasciandomi cadere sulla poltrona.
– Non imparerai mai a sederti come un adulto eh?
– Allora, questa crisi religiosa? – ho ripetuto, mettendo le gambe a penzoloni sul bracciolo della poltrona.
– È un po’ imbarazzante da dire. È solo che da qualche giorno non faccio che chiedermi: e se esistesse?
– Chi, Dio?
– Ma quale Dio.
Ha accostato la sua sedia alla mia poltrona, si è piegato in avanti e ha sussurrato: – Babbo Natale.
Sono scattato indietro come se mi avesse sparato con un fucile.
– Babbo Natale? Intendi dire proprio Babbo Natale, insomma Santa Claus?
Ha annuito, serio.
– Ma che cazzo stai dicendo. Insomma, quando ero piccolo chi era Babbo Natale? Eri tu, cristo. Ti mettevi quell'orrendo vestito che avevi comprato alla Standa, ricordi? Quindi non esiste Babbo Natale, esistono dei cogl.. dei buontemponi romantici che si vestono da Babbo Natale.
– Sì sì d’accordo, magari non esiste più. Magari hai ragione. Ma – e qui ha fatto una pausa significativa – e se fosse esistito in passato?
Non sapevo più come ribattere.
– E se un giorno – ha aggiunto, e gli tremava la voce per l’emozione – e se un giorno tornasse?
– Vado a casa. Ciao eh.
Sono tornato a casa mia. C'era un disordine desolante. Nessun segno di Domenico. C’era Dolly riversa sul tappeto. Aveva un grumo di riccioli sul groppone che sembrava come glassato.

12 dicembre 2017

La fotocellula

– Sai che cosa mi dà un piacere indicibile? – mi ha chiesto Creativo n.2.
O era Creativo n.3?
Non me lo ricordavo più.
Eravamo nascosti nel bagno aziendale, al buio. E per evitare che la fotocellula rilevasse la nostra presenza e accendesse le luci, ce ne stavamo perfettamente immobili, bisbigliando appena. Ci eravamo chiusi lì per scampare a un briefing o a un debriefing o un rebriefing o un prebriefing, chi se lo ricorda? Io non me lo ricordavo di certo, perché avevo appena ingollato una NonCiPensare®. O forse due? Il problema con le NonCiPensare® è che dopo averne presa una, ti dimentichi quasi subito di averla presa, e allora ne prendi un’altra; e un’altra; e un’altra...
– No, cosa? – ho risposto, anche se la sua era una domanda retorica, quindi potevo anche non rispondere: potevo anche solo stare zitto: ma uno degli effetti collaterali della NonCiPensare® è che non cogli più le finezze della retorica.
– Vedere tutte quelle macchine sportive e SUV e berline, quelle che negli spot pubblicitari sfrecciano  silenziose su strade deserte in mezzo a paesaggi epici usciti dal Signore degli Anelli, vederle arrancare a due all’ora nel traffico cittadino dietro alla circolare o all’ApePiaggio dell’impresa di pulizie bangladese mentre vengono superate da vecchi pensionati su biciclette arrugginite.
Ridacchiamo piano, per non farci sentire dalla fotocellula.
Anche se la fotocellula non ha orecchie.
Vorrei chiedergli: già, ma tu chi cazzo sei? Numero 2 o numero 3?
Invece sto zitto e penso alla velocità del buio, che secondo me è almeno il doppio della velocità della luce.