10 febbraio 2011

Fin qui

Stamattina mi ero appena vestito e mi stavo allacciando le scarpe, quando mi sono reso conto che mi stavo allacciando le scarpe. Ho trattenuto il fiato temendo che non ce l’avrei fatta, e invece alla fine ce l’ho fatta. Dev’essere successo qualcosa, perché erano anni che non ci riuscivo più, ad allacciarmi le scarpe, mi ero dimenticato come si faceva e invece stamattina improvvisamente mi sono ricordato come si fa.
Allora ho preso una decisione.
Mi trasferisco anche io nella Zona Deumanizzata, raggiungo Ermete Dossi e Cinzia Pontesi tra i licheni.
Nella Zona Deumanizzata non c’è corrente elettrica né wi-fi né niente, a parte i licheni, quindi questo blog finisce qui.
Non mi va di fare un bilancio, un po’ perché sono pigro, un po’ perché i bilanci sono sempre truccati. Però penso questo, penso che da quando esiste Internet, gli esseri umani sono diventati superflui, un supporto fisico di memoria, idee e sentimenti ormai obsoleto, ingombrante e facilmente attaccabile dai virus. Quindi è giusto che prima o poi venga rottamato, e che il pianeta diventi tutto quanto una Zona Deumanizzata. Questo forse provoca un po’ di tristezza, ma anche la tristezza è una roba alquanto obsoleta, quindi meglio lasciar perdere.
Quindi niente, ringrazio tutti ma veramente tutti quelli che in questi anni hanno letto e commentato il blog. Casomai aveste bisogno, mi trovate nella Zona Deumanizzata, sempre che abbiate voglia di venire in un posto del genere. Altrimenti non importa, tanto prima o poi sarà la Zona Deumanizzata a venire da voi.

18 gennaio 2011

Mastro di chiavi

Ierisera ho cenato da mio padre, anche perché avevo paura che tornando a casa avrei trovato il tizio testimone di Geova sbudellatore di bambole gonfiabili. Dopo cena, mio padre mi ha detto che domani parte per Vladivostok.
– Come sarebbe?
– Sarebbe che mi era venuta voglia di andare a Vladivostok, così ho fatto il visto e domani parto.
– Tutto qua?
– Tutto qua.
– Ci vai da solo?
– No, ci vado con Maya.
– A Vladivostok?
– Proprio, a Vladivostok.
– E quanto dura il volo?
– Niente volo, ci andiamo in treno, con la Transiberiana, da Mosca. A Mosca però ci andiamo in aereo.
– E quando tornate?
– Mah, non lo so, non abbiamo fatto il biglietto di ritorno.
– Ma tornate?
– Torniamo, torniamo. Tieni, ti lascio le chiavi di casa.
Mio padre ha appoggiato il mazzo di chiavi sul tavolo e l’ha fatto scivolare verso di me, con un rumore di una ghigliottina. Ultimamente tutti mi lasciano le loro chiavi di casa, ho pensato. Ma io? A chi posso lasciare le mie chiavi di casa, se vanno tutti via prima di me?
– E io? – ho chiesto allora.
– Tu cosa.
– A chi lascio le mie chiavi, io?
– Eh? Ma perché?
– Che cosa faccio, io? Io, che faccio?
Mio padre ha sospirato.
– Ho sentito la notizia di quei tipi che sono penetrati nel data center dell’azienda per cui lavori e hanno trafugato il corpo di una donna che era in Cassa Ibernazione – ha detto, ridendo.
– Sì, embè?
– Dovresti fare come loro.
– Fare cosa?
Mio padre ha fatto mulinare le mani in aria.
– Fare delle cose. Agire. Prendere e fare. Penetrare, trafugare. Buttarti, improvvisare. Saltare, urlare, correre. Dovresti fare come quei tipi, e non startene lì, con le scarpe slacciate, a chiederti a chi lascerai le tue chiavi. Ma tu sei lontano mille anni luce da quella roba lì. Aiutami a sparecchiare, per piacere.
Non so perché ma c’avevo il magone a pensare che mio padre parte per Vladivostok con la Transiberiana. Poi però tornando a casa a piedi con in tasca le chiavi di casa sua che ballavano facendo un rumore di risata ho pensato che magari la Transiberiana passa vicino alla tundra, che magari vedrà un sacco di licheni, distese interminabili di licheni, e allora non ero più così triste. E poi finalmente adesso potrò usare liberamente la sua cassetta degli attrezzi. Non c'è niente di meglio al mondo di una cassetta degli attrezzi piena di attrezzi.

17 gennaio 2011

Fanatismo religioso e minacce

Ieri sera sono tornato a casa dopo aver passato la giornata a guardare la tv dentro al centro commerciale, mi faceva male il collo e avevo voglia di fare del sesso con Betsabea, adesso che finalmente se n’erano andati tutti da casa mia. Come sono entrato in casa e ho acceso la luce, ho visto un tizio seduto sul divano che mi ha puntato una pistola contro. Non si può stare tranquilli mai.
– Sei un testimone di Geova? – ho chiesto.
– Ti sembro un testimone di Geova? – ha chiesto a sua volta il tizio, sembrava offeso.
– Sì. Mi dispiace, io non credo in Dio, e comunque credo che siate completamente fuori strada – ho detto.
– Sei tu che sei fuori strada, idiota. Non sono un testimone di Geova.
– Non c’è mica niente di male – ho detto.
– Ti ho detto che non lo sono! – ha urlato quello.
– E allora che cosa saresti, sentiamo. Musulmano?
– Che cosa cazzo ti fa pensare che sono qua per motivi religiosi? Che cosa c’è che non va nella tua testa? Sono qua per il tuo amico Ermete. So che sai dove si trova, perciò non perdiamo altro tempo.
– Ah, sei il tizio che consegna le Pagine Gialle, allora.
– Pagine Gialle? Cos’è, mi prendi per il culo?
– Non lo so dove si trova Ermete. Cercalo sulle Pagine Gialle.
Il tizio è apparso in confusione. Avevo colto nel segno.
– Tu non ti rendi conto, vero? Tu non hai idea. Adesso tu mi dici dove si trova Ermete Dossi e finiamo qua questa faccenda grottesca.
– Ermete se n’è andato due giorni fa senza dirmi niente. Sprechi il tuo fiato – ho detto.
– Fai il duro eh? Abbiamo un duro, qui. Vediamo se adesso parli.
Il tizio si è alzato dal divano. Quando si è alzato il suo ginocchio ha fatto croc. Continuando a puntarmi la pistola contro si è avvicinato alla tenda, e da dietro la tenda ha estratto Betsabea. L’aveva legata come un salame con il filo per stendere i panni. Ha appoggiato la pistola sul divano e ha estratto un taglierino.
– Se non parli la tua ragazza finisce a fettine – ha detto il tizio.
Io, ho fatto spallucce. Tra l’altro facendo spallucce mi sono fatto male al collo, mi sa che ho qualche nervo accavallato, colpa di tutta quella tv al centro commerciale.
– Molto bene – ha sibilato il tizio. E così dicendo ha piantato il taglierino nella pancia di Betsabea, che ha cominciato a sgonfiarsi, facendo un rumore di pernacchia. Io e il tizio non abbiamo fatto una piega. Il tizio ha estratto il taglierino e l’ha piantato nell’occhio di Betsabea. Quindi ha cominciato a tagliuzzarla tutta, dall’alto in basso, ripetendo: ecco che cosa succede alla tua ragazza per colpa tua, hai visto che cosa stai facendo alla tua ragazza per colpa tua, questo stai facendo alla tua ragazza, lo stai facendo tu, è colpa tua! Tutta tua la colpa!
Alla fine Betsabea s’era tutta afflosciata, con dei pezzi qua e là, sul pavimento. Il tizio aveva il fiatone.
– Sei contento adesso? – ha detto, ansimando. Mi sa che soffriva di asma.
– Certo che voi testimoni di Geova non vi fermate davanti a niente – ho detto io.
– Vaffanculo a Geova! E vaffanculo pure tu! Tanto lo troveremo, hai capito? La tua ragazza è morta per niente, per niente! – ha urlato il tizio, e afferrando la pistola ha aperto la porta e si è precipitato lungo le scale.
– C’è l’ascensore! – ho urlato io, poi sono rientrato in casa. Per fortuna che il tizio non si è accorto di Domenico, che stava immobile sulla parete della cucina, altrimenti sarebbe stato capace di spappolarlo. Dannati testimoni di Geova, la religione quando diventa fanatismo è veramente pericolosa.

14 gennaio 2011

Ero una moltitudine

Armenia non è ancora tornata dalla montagna e non risponde ai miei sms. Potrei chiamarla ma questo mi porrebbe in una posizione di debolezza, e io detesto essere debole. Inoltre non ho più credito telefonico e ho il conto corrente quasi in rosso, e io detesto essere povero. Essere povero e debole, poi, mi manda su tutte le furie.
Sono andato da Bilal Fefeni a scroccargli una kebizza, ieri. Nel suo locale oltre a lui c'eravamo io, tre bengalesi, un pakistano e le mosche. Mi sentivo lo straniero, ero Jimmy lo Straniero in mezzo ad asiatici in un locale ai margini della fine del mondo. Le mosche invece non credo si sentissero straniere. Le mosche mi sa che si sentono sempre a casa, dategli una superficie vetrata contro cui andarsi a schiantare ripetutamente e loro saranno gli insetti più felici del mondo.
– Io non può credere che tu licenziato da RapidoPizza, Bandini – ha detto Bilal.
– Invece credici. È così.
– Tu sempre lamentato di quel posto, tu sempre hai detto 'io lascia questo lavoro di merda', ma io non credevo che tu farlo. Tu solo capace di sputare in piatto dove mangia, io credevo così.
Bilal si sbaglia, a me non è mai interessato sputare nel piatto dove mangio, a me è sempre piaciuto sputare nel piatto degli altri, ecco quello che mi manca di più del consegnare pizze, il poterci sputare dentro. Ma questo me lo sono tenuto per me. Ero lì che mangiavo la kebizza, scacciavo le mosche, sfogliavo una vecchia copia di Io Elettrodomestico e pensavo a quando avrei aperto il mio locale, l'InsalatoGelateria di Jimmy Bandini Francinella aka "Lo Straniero". Perché non dovrebbe funzionare? Il gelato, è buono. L'insalata, è buona. E fa bene. Però mai nessuno al mondo ha messo insieme questi due ingredienti. Jimmy Bandini è la persona giusta per farlo. Perché non dovrebbe funzionare? Avrei aperto InsalatoGelaterie in tutto il mondo: New York, Parigi, Tokyo, Chieti. Centinaia di ragazzi in tutto il mondo avrebbero consegnato a domicilio le mie insalategelato. O insalatogelati. Insalatigelato. Comunque cazzo si fossero chiamati. La gente avrebbe letto il mio nome sulle confezioni di cartone delle mie insalategelaticomecazzosichiameranno, e avrebbe esclamato: toh, Jimmy Bandini, ma non era quel ragazzo che una volta mi ha consegnato una pizza e gli ho dato pure mezzo euro di mancia? Però, ne ha fatta di strada, quel Bandini. Ecco che cosa avrebbe detto la gente.
Ho mandato un sms ad Armenia: "Ti piace il gelato? Ti piace l'insalata? Ti piaccio io? In che ordine?"
Ho guardato le mosche sfracellarsi contro la vetrina del negozio, mi piaceva la loro tenacia, ero come loro. Fuori, sulla strada, il vento girava in tondo. Mi piaceva il vento, ero come lui. Ero come un sacco di cose, ero una moltitudine.
– Ti piace mia kebizza, Straniero? – mi ha chiesto Bilal.
Ho fatto pollice in su.
Su di me avrebbero fatto un film.
La storia di uno che nella vita lotta per diventare qualcuno.
Non vedevo l'ora di vedere come finisce il film.

12 gennaio 2011

Solo acqua passata

Alla Clebbino è successo un casino dopo che è venuta fuori la storia della sottrazione di un cassibernato dal data center ad opera di ignoti. Gli ignoti siamo naturalmente io ed Ermete, ma probabilmente non resteremo ignoti a lungo, a quanto pare le forze di sicurezza e le forze dell’ordine e chissà chi altro stanno visionando più volte i filmati delle telecamere a circuito chiuso per identificare i due criminali. I due criminali infatti sembrano aver agito a volto scoperto, dice Creativo n.4 mentre siamo in pausa davanti al distributore automatico di bevande calde.
– In che senso sembrano? – gli chiedo io. – Non che la cosa mi interessi, eh – aggiungo, fingendo disinteresse per non destare sospetti.
– Nel senso che probabilmente hanno usato maschere molto realistiche, maschere al lattice, tipo. Quale idiota altrimenti farebbe una cosa simile a volto scoperto?
– Ma infatti, dovrebbero essere idioti totali – convengo io.
– Io so chi è stato – dice Creativo n.2 raggiungendoci, con aria di complotto.
– Ah sì? E chi? – chiede Creativo n.4. Io fingo di leggere l’etichetta dell’estintore, per non destare sospetti.
– Creativo n.1 – risponde Creativo n.2.
– Ancora con questa storia, e basta adesso! Creativo n.1. è morto, fattene una ragione.
– E con questo? – rilancia con aria di sfida n.2.
– Ma piantala. E se anche fosse, l’altro dei due chi sarebbe?
– Per quanto ne so, potresti essere tu – dice n.2 a n.4.
– E tu che ne pensi n.5? – mi chiede n.4.
– Io? Come? Scusate non vi stavo ascoltando stavo leggendo l’etichetta dell’estintore. Oh, questo tra un mese scade, leggete qua.
Dopo il lavoro sono tornato a casa, sopra la città volavano elicotteri senza sosta, è da giorni che è così. A casa ho trovato Ermete e Cinzia Pontesi seduti sul divano, in silenzio.
– Che succede – ho chiesto.
– Ti devo parlare – ha detto Ermete. Siamo andati in bagno. Ermete si è seduto sul water e mi ha detto di sedermi anche io. Mi sono seduto sul bidet, di fronte a lui.
– Allora? – ho detto.
– Ascolta Bandini. Stare qua è diventato troppo pericoloso. Stamattina hanno suonato al campanello, era un tizio che sosteneva di dover consegnare le Pagine Gialle, ti rendi conto? Ho fatto la voce di un bambino di tre anni e ho detto che la mamma non c’era e che non potevo aprire. Secondo me domani torna, e non suonerà il campanello, entrerà con la forza. Mi hanno trovato.
– Ma che dici. Magari era veramente il tizio delle Pagine Gialle. Sei paranoico.
– Vuoi dire che esistono ancora le Pagine Gialle?
– Esiste ancora un mucchio di roba, Ermete.
– Comunque, non possiamo più correre questi rischi. Io stanotte parto, torno nella Zona Deumanizzata, è più sicuro.
– Avevi detto che ci saresti tornato quando le acque si calmavano. Le acque non si sono per niente calmate, anzi.
– In culo alle acque. Torno nella Zona Deumanizzata.
– E come facciamo con Cinzia Pontesi.
– Cinzia Pontesi, viene con me.
Alla fine è venuto fuori che Ermete e Cinzia si sono messi insieme, a mia insaputa. Ermete qualche giorno fa le ha rivelato che siamo nel 2011 invece che nel 2022, lei sul momento ha avuto una crisi isterica, poi lo ha aggredito, lui l’ha schiaffeggiata per calmarla, poi l’ha abbracciata, poi insomma alla fine sono finiti a letto. Nel mio letto, naturalmente. E adesso lei andrà con lui nella Zona Deumanizzata.
– Mi dispiace – ha detto Ermete. Io non ho detto niente, solo ho tirato lo sciacquone, come per dire: è acqua passata, e comunque che mi frega a me. Ho guardato le piastrelle del bagno, i licheni che iniziavano a formarsi lungo le fughe tra le mattonelle. Ermete è uscito dal bagno, dopo un secondo è entrata Cinzia Pontesi.
– È occupato – ho detto io, ancora seduto sul bidet.
– Bandini mi dispiace un sacco. Immagino come ti puoi sentire dopo quello che c’è stato tra noi l’altra notte. Magari ti eri fatto una certa idea, magari stavi già immaginando un futuro insieme, ti capisco. Volevo dirti che non è colpa tua, io sono stata molto bene con te, anche se tu sei stato un po’ rude ma insomma. Invece Ermete è proprio dolce, è dolcissimo Ermete. Siete così diversi ma in fondo anche uguali, è strano. Siete come due gocce d’acqua diverse, insomma boh. Comunque io sento di amarlo Ermete. Spero che potrai perdonarmi e che ci verrai a trovare nella Zona Deumanizzata, prima o poi.
Io stavo per dirle che era completamente scema, che era stata a letto sempre e solo con Ermete, ma invece ho detto:
– Dovrai passare a casa a prendere un po’ di roba, prima di trasferirti nella Zona Deumanizzata. Adesso ti ridò le chiavi.
Dopo cena abbiamo guardato un po’ di effetto neve in tv e poi Ermete e Cinzia sono partiti e io sono rimasto a guardare l’effetto neve da solo, e devo dire che era molto meno divertente. E già di suo l’effetto neve non è che sia tutto questo spasso. Quindi.

28 dicembre 2010

Nei miei panni

Appena arrivati a casa mia Cinzia Pontesi mi ha chiesto perché non l'avevamo portata a casa sua.
– Di' la verità Bandini, hai perso le chiavi che ti ho dato – mi ha detto, barcollando perché non riusciva ancora a camminare bene.
– No Cinzia, è che è più sicuro così, per il momento. Almeno finché non si saranno calmate le acque – ho detto io.
– Quali acque?
– Le acque Cinzia. Le acque del 2022. È una lunga storia.
– C'è stata tipo un'inondazione? Guarda che casa mia era assicurata.
– No, no.
– Cosa sono queste acque?
– Senti, siamo tutti molto stanchi e tu hai ancora, tipo, il jetlag. Adesso ce ne andiamo a letto e domani ne parliamo ok?
– Ok. Sei strano forte, cioè eri già prima strano forte, ma adesso di più, sei peggiorato in questi anni sai? Dovresti forse farti vedere da qualcuno.
– Ha ragione – si è intromesso Ermete.
– Chiudi quella fogna, tu – ho detto io.
Cinzia Pontesi ha cacciato un urlo.
– C'è una bestia in casa tua! – ha gridato puntando il dito verso Domenico, che non si è mosso dalla parete dietro la tv dove s'era parcheggiato.
– Oh, lui è Domenico – ho detto io.
– È suo figlio – ha aggiunto Ermete. Ho fulminato Ermete con un'occhiata. Cinzia ha riso.
– Siete uno spasso, voi due – ha detto.
Per la notte ho ceduto la mia camera a Cinzia, e io mi sono sistemato sul divano letto con Ermete, che non faceva che rigirarsi.
– Non riesco a dormire. Come si può dormire dopo una serata così? Sono sovreccitato – ripeteva – dove l'hai messa Betsabea?
– Lèvatelo dalla testa, lurido porco. Betsabea è mia.
– Non fare il sentimentale, andiamo.
– Vai a farti una sega e vedi di lasciarmi dormire in pace.
– Sei veramente senza cuore. Non ho parole.
Mi sono addormentato di botto, sognando la pubblicità di quell'attore di cui non ricordo il nome, quell'attore che compra cialde per il caffè e per questo uscendo dal negozio di cialde muore schiacciato da un pianoforte che precipita dal cielo e che lo trasforma in cialda a sua volta, una cialda umana. Quando mi sono svegliato c'era una tazzina di caffè fumante davanti alla mia faccia, ho urlato.
– Fai sempre così quando ti svegli? – ha chiesto Cinzia Pontesi. Mi stava porgendo la tazzina, indossava ancora la tuta Clebbino. – Buongiorno, eh.
– Bongbogio – ho mugugnato io, che la mattina appena sveglio non riesco a parlare.
– Potevi anche restare, stanotte – ha sussurrato Cinzia.
– Sgrunf, eehhr?
– Ma sì. Non c'era bisogno che tornavi a dormire di qua sul divano, non mi davi mica noia – continuava a sussurrare Cinzia con una voce che sembrava il fruscio della cassetta pulisci-testine.
– Mwa che cazzo – arsch – di che pwarli, uwm?
– Ehi, rilassati Bandy. Non dirò niente al tuo amico – ha ammiccato Cinzia.
Bandy? Bandy? Sono saltato in piedi dal divano letto.
– Dov'è Ermete? – ho urlato.
– In bagno. Ma si può sapere –
Sono andato alla porta del bagno, era chiusa.
– Ermete, apri! Apri subito!
– Sto cagando – ha detto Ermete da dentro.
– Apri, ho detto!
– Parola d'ordine?
– Apri la cazzo di porta!
Ermete ha aperto, sono entrato e ho richiuso. Era a braghe calate e si stava facendo un bidet.
– Che cosa c'è, adesso – ha detto lui, calmo, lavandosi l'uccello.
Ho respirato tre, quattro volte, lentamente.
– Per caso stanotte ti sei infilato nel letto di Cinzia? – ho chiesto, cercando di mantenere la calma.
– Sono cose private – ha detto lui, sciacquandosi meticolosamente le palle.
– Un cazzo, private. Rispondi.
– Sì, ok? E con questo? Sei geloso per caso?
– E non è che ti sei spacciato per me, per caso?
– Calmati. Era buio pesto ed era l'unico modo per non stare lì a farsi mille presentazioni e chiacchiere, insomma, sai com'è. Cerca di capire. Erano mesi che non scopavo. Ero sovraeccitato. Mettiti nei miei panni.
– No, stronzo, sei tu che ti metti nei miei! – ho urlato, – e smettila di asciugarti il cazzo con il mio asciugamano per la faccia!
– Ah, è il tuo asciugamano per la faccia? E pensare che per tutti questi giorni l'ho scambiato per –
Sono uscito dal cesso sbattendo la porta e sono andato a chiudermi nell'armadio a piangere. Dentro l'armadio c'era Betsabea, l'ho abbracciata stretta, singhiozzando nel buio.

27 dicembre 2010

Come fosse il 2022

Da quando è avvenuto il passaggio al digitale terrestre la mia tv trasmette solo effetto neve, il che è perfetto per il periodo natalizio, non vedo l'ora di vedere come cambierà la programmazione con l'arrivo della primavera, magari sbocceranno fiori sullo schermo? Comunque, anche ieri per tutto il giorno io, Ermete e Domenico abbiamo guardato la tempesta nevosa di pixel sullo schermo, mangiando arachidi e bevendo acqua gelata dal rubinetto, corretta con una punta di brillantante. Verso le nove di sera Ermete ha sbadigliato e ha mugugnato qualcosa.
– Che hai detto? – gli ho chiesto, fissando il nevischio.
– Mi sono rotto il cazzo di guardare la tv. Dobbiamo fare qualcosa, tipo liberare la tua amica Cinzia – ha detto.
– Perché?
– Perché questa storia della Cassa Ibernazione non lo so, non mi convince. Io so come si arriva al vecchio ripetitore tv, nella Zona Deumanizzata.
– E se invece ci procurassimo un decoder per la tv?
– Oggi è Santo Stefano, è tutto chiuso.
– Aggià. Ok, allora andiamo a liberare Cinzia Pontesi.
Abbiamo preso la mia macchina e siamo andati nella Zona Deumanizzata, che è l'unica parte della città senza luminarie o alberi di natale o niente. Abbiamo parcheggiato in uno sterrato e poi abbiamo scavalcato un vecchio cancello e proseguito lungo un viale asfaltato semicoperto di licheni, che brillavano illuminati dalle nostre torce.
– Il ripetitore è in fondo a questa strada – ha detto Ermete. Siamo arrivati in fondo alla strada e c'era il ripetitore, e accanto al ripetitore un edificio basso, circondato da un recinto con il filo spinato in alto, e accanto all'ingresso una guardiola.
– Il data center dev'essere lì dentro – ho detto io – come facciamo a entrare? Forse dovremmo dire che siamo tipo degli elettricisti venuti a riparare un guasto.
– Lascia parlare me – ha detto Ermete, raddrizzando la schiena, e ci siamo diretti alla guardiola. Il tizio dentro la guardiola ha aperto la finestrella. Sul vetro della guardiola c'era scritto BUON NATALE con uno spray natalizio.
– E voi chi siete? – ha detto il tizio.
– Salve, volevamo fare un giro al data center – ha detto Ermete.
Il tizio è scoppiato a ridere.
– Che mattacchioni! Ce l'avete il badge, ragazzi?
– Ma certo – ho detto io – ecco qua.
Il tizio ha preso il mio tesserino.
– Ma è la carta fedeltà dell'Esselunga – ha detto, serio.
– Accidenti, ahah. Ho fatto confusione e l'ho lasciato a casa – ho detto.
Il tizio è scoppiato a ridere di nuovo.
– D'accordo d'accordo, fa niente. Basta la parola d'ordine.
Io ho guardato Ermete. Era meglio se restavamo a casa a guardare la neve finta in tv, ho pensato.
– Usucapione – ha detto Ermete al tizio, sillabando ben bene. Il tizio ha aperto il cancelletto e ha fatto segno che potevamo passare.
– Come hai fatto? – ho bisbigliato a Ermete.
– La fortuna del principiante.
Siamo entrati nel cortile interno e poi nell'edificio. Abbiamo percorso un corridoio e poi aperto una porta e ci siamo ritrovati in un'enorme sala punteggiata da monoliti neri, da cui uscivano cavi colorati.
– Fico. E adesso? – ho chiesto a Ermete. Nell'aria c'era un ronzio soporifero.
– Chiediamo a quello – ha detto Ermete, indicando un tizio con un camice bianco che trafficava con i cavi. Siamo andati verso il tizio. Il tizio vedendoci ci ha salutato sbracciandosi.
– Ehilà, ragazzi! Buon Natale! Vi stavo aspettando.
– Eccoci qua – abbiamo detto io ed Ermete, guardandoci.
– Qualcuno di voi sa fare il nodo parlato doppio? Me lo dimentico sempre, ah ah.
– Noi non...
– Non importa, ah ah. Me ne occupo dopo. Ora seguitemi in Sala Ibernazione. Ve l'hanno detto qual è il problema? Abbiamo finito il ghiaccio. Abbiamo già sette squagliati che stanno andando a male, sentite la puzza? L'azienda siberiana a cui abbiamo subappaltato la faccenda non verrà a ritirare i corpi prima della Befana, ah ah!
– Ah ah – abbiamo riso noi.
Il tizio ha aperto un'altra porta che dava in una saletta più piccola. I corpi degli ibernati erano dentro una quarantina di vasche metalliche ermeticamente chiuse e disposte a raggiera. Ogni vasca aveva un oblò dal quale si poteva vedere l'interno. Ho guardato in un oblò e ho riconosciuto Penelope 3, congelato in un'espressione stuporosa.
– Dentro quello lì ci abbiamo messo una decina di confezioni di ghiaccio secco da picnic, ma mi sa che non basta. L'impianto di refrigerazione sta andando a puttane. Quell'altro là in fondo che perde acqua, lo vedete? Ha la guarnizione completamente andata. Un terzo degli ibernati ormai si è quasi scongelato del tutto e ci toccherà buttarli, ah ah – diceva il tizio. – Beh, vedete voi cosa potete fare, se avete bisogno sono di là. Gesuccristo che puzza.
Appena il tizio è uscito, ho cominciato a cercare la vasca con dentro Cinzia Pontesi. Era la 0038 e per fortuna sembrava in buone condizioni.
– Come facciamo a tirarla fuori? – ho chiesto a Ermete.
Sul lato destro c'era un pulsante con su scritto "Sbrinamento".
– Prova con quello – ha detto Ermete.
Ho schiacciato il pulsante. Dentro la vasca si è accesa una lucina e dall'oblò ho visto la testa di Penelope che cominciava a ruotare su se stessa. Dopo 30 secondi la vasca ha fatto plin! e si è aperto lo sportello, diffondendo un odore di pane caldo. Cinzia ha aperto gli occhi e ha sbattuto le palpebre un paio di volte. Indossava una tuta bianca della Clebbino.
– Bandini! Ma sei te! Scusa non ti ho riconosciuto subito, in effetti sei invecchiato ma neanche troppo dopotutto, ti trovo abbastanza in forma, mamma mia. Ma in che anno siamo? 2035? Mi sembra che sia passato così poco, madonna. Uuuuuh. Che male alle ossa. Questa capsula era di uno scomodo. Come vanno le cose qua fuori? Che colore va quest'anno? In che anno siamo, 2041?
– Dopo ti dico, adesso usciamo di qui.
– Ho le gambe tutte addormentate, che effetto! E lui chi è?
Ho presentato Ermete a Cinzia e siccome lei non riusciva a camminare, l'abbiamo fatta sedere su un carrello e ci siamo avviati verso l'uscita.
– Non vedo l'ora di leggere un po' di giornali e di chiamare mia sorella, chissà come se la passa! E tu Bandini che mi racconti, sei sempre fidanzato? In che anno siamo?
Ho detto a Cinzia di stare zitta e di fare finta di essere tipo svenuta, lei mi ha guardato strano, poi ha detto okay e ha chiuso gli occhi.
– Secondo me è il 2029 – ha detto, con gli occhi chiusi.
– Vuoi stare zitta?
Eravamo già nel corridoio che porta all'uscita, quando alle nostre spalle abbiamo sentito la voce del tizio con il camice bianco.
– Ehi voi! Allora tutto risolto in Sala Ibernazione?
– Tutto risolto, capo.
– Ehi, chi state portando in quel carrello? Non avrete mica decongelato un'ibernata? No perché è severamente vietato, ah ah.
– No no, lei è una nostra amica, si era persa, ah ah.
– Come, persa?
– Si era persa nel data center, ah ah.
– Ma come è possibile, su, ah ah.
– Ah ah, già, è pazzesco.
– Come ha fatto a...
– Ah ah ah. Aha ah ah.
– Ah ah, ha, haaa. Boh, andate pure, e Buon Natale.
– Ah! ah! Ah!
Naturalmente, una volta usciti, anche il tizio della guardiola ha voluto dire la sua. La gente non si rilassa neanche il giorno di Santo Stefano, la gente non si rilassa mai.
– E quella chi è? Non è entrata con voi – ha detto, aprendo la finestrella.
– È una delle cassibernate. La stiamo trafugando – ha detto Ermete. Il tizio ha riso e con un gesto della mano ci ha mandati al diavolo.
– Mattacchioni! Andate pure, prima che chiami la polizia – ha detto fingendo di ammiccare. Aveva le lacrime agli occhi, non so se per il freddo o per le risate. Dieci minuti dopo eravamo nella mia macchina e stavamo uscendo dalla Zona Deumanizzata infestata di licheni, verso la parte di città infestata dal Natale. Cinzia era seduta dietro e guardava dal finestrino.
– Tutto bene? – ho chiesto.
– In che anno siamo?
– 2010.
– Che cosa?
– Sta scherzando – ha detto Ermete –, è il 2022.
– Ah ecco! Mi pareva! Sempre spiritoso Bandini eh? In effetti la città sembra sempre la stessa, ma dopotutto a guardarla bene sotto sotto si vede che è cambiata, che è diversa da dodici anni fa. Chissà quante cose sono successe! Vedo che gli alberi di Natale si usano ancora però. Grazie per essermi venuti a prendere. Ce le hai ancora le chiavi di casa mia Bandini?
– Sì, ma stasera è meglio se dormi da me.
Dopo un po' Cinzia si è addormentata. La sua testa penzolante sbatteva contro il finestrino a ogni curva.
– Perché le hai mentito? – ho chiesto a Ermete.
– Eh?
– Perché le hai detto che è il 2022?
– Non volevo tipo traumatizzarla.
– Bella mossa. E quanto credi che ci metterà ad accorgersene?
– Perché dovrebbe accorgersene?
– Perché non è cambiato un cazzo, ecco perché. Perché siamo nel 2010.
– Se è per questo, potrebbe essere benissimo anche il, boh, 1994.
– Ma infatti – ho convenuto io –. E adesso?