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Visualizzazione dei post da settembre, 2013

Sceneggiato vladivostokiano

A quel punto, Maya capisce che qualcosa non va. – Qualcosa non va? – chiede. E mio padre, impassibile: no, perché?, e tira su il ferro da stiro rovesciando la piastra verso l'alto, e facendo uscire un getto rabbioso di vapore. Maya, sforzandosi di parlare lentamente e con calma, gli chiede di staccarlo, il ferro. Lui, per tutta risposta fa uscire un getto d'acqua con lo spruzzino verso di lei. Lei che caccia un urlo. – Qualcosa non va? – le chiede lui, calmo. Allora lei non regge la tensione, scoppia in singhiozzi. Mio padre riprende tutto posato a tostare la camicia sull'asse. Senza guardarla le dice: – Mi tradisci. Lei singhiozza più forte, mugola un no tra i singulti. Mio padre fa uscire un ruggito di vapore dal ferro da stiro. – Dimmi la verità, o ti stiro – le dice piano, senza guardarla. – No, ti prego. Per tutta risposta mio padre ruota il pomello del ferro da stiro, alzando la temperatura. La camicia urla di dolore sotto la piastra. La stanza si riempie di vapore e ...

La fine di un continente

Appena arrivati a Vladivostok, mio padre e Maya si sono sistemati in un albergo fatiscente dalle parti del porto, gestito da un giapponese. Nelle prime settimane hanno vissuto come due sposini in viaggio di nozze. Facevano lunghe passeggiate sulla Fokina e poi sulla Svetlanskaja, passavano pomeriggi al giardino botanico, si sedevano sulle panchine della baia a guardare le vecchie navi militari e altre cose tipiche che si possono fare a Vladivostok. Dopo qualche tempo mio padre ha trovato lavoro come pizzaiolo in un ristorante del centro. – Cosa? Ma se non ti ho mai visto fare una pizza in vita tua. – Non è che tutto quello che non vedi non esiste, sai? Dopo un po', lui e Maya hanno lasciato l'albergo e sono andati a vivere in una casa in affitto, su una delle colline della città. Maya iniziò a chiudersi in casa. Passava ore a guardare dalla finestra in direzione dell'oceano. Non sopportava il clima vladivostokiano, quelle piogge monsoniche che non finivano mai, il vento gel...

Pura. Lana. Vergine.

Non ho ancora del tutto elaborato il lutto per la brutta fine di Betsabea. Mi manca enormemente. Mi manca a bestia poterle infilare il cazzo in tutti quei buchi plasticosi. Un sacco di gente si accontenta di fare sesso virtuale, si eccita con le webcam, le videochat, si masturba toccando touchscreen, io no, mi piace il sesso vero, fisico, reale. In fin dei conti sono un romantico vecchia maniera, oserei dire un romantico sturm und drang, anche se non lo so se ai tempi del romanticismo tedesco c'erano già le bambole gonfiabili, mi sa che la plastica e i suoi derivati non erano ancora stati inventati, forse usavano le bambole di cera. Erano tempi duri. Adesso le bambole le fanno in vinile, in lattice e in silicone. Betsabea era vinilica. L'avevo scelta così perché ho sempre sentito dire che il vinile ha un suono molto caldo, e mi era sempre sembrata una cosa sexy, e infatti Betsabea era calda e frusciante, proprio come un vecchio disco in vinile. E io ero la sua puntina. La sua p...

Mezza bellezza

Sono venuto via dalla Zona Deumanizzata perché ormai non è più così deumanizzata. Quando ci sono andato pensavo che la deumanizzazione fosse il futuro; invece il futuro è il centro commerciale. I primi mesi siamo stati bene, Ermete Dossi, Cinzia Pontesi e io (io sono Massimo Bandini. Piacere). Eravamo gli unici esseri umani, e poi c'erano i topi, i gatti randagi e i licheni. Mangiavamo i cibi in scatola trovati nelle dispense delle case abbandonate, Cinzia cucinava minestre di licheni, Ermete raccoglieva funghi, io andavo di nascosto in città a comprare confezioni da sei di acqua minerale naturale. Vivevamo nell'appartamento al quarto piano di una ex casa popolare, sul pavimento c'era una bellissima moquette naturale di licheni. Poi sono arrivate le puttane. Hanno cominciato a occupare appartamenti vuoti per portarci i clienti. Poi sono arrivati i clandestini. Finché c'erano solo puttane e clandestini, si stava bene; ma dopo è arrivata la civiltà, e la tranquillità è fi...

Era bello aspettare

Dopo un po' a guardare l'effetto neve in tv uno si stanca, perché la trama è difficile e complessa, i personaggi sono tanti, l'inquadratura fissa non aiuta. Allora l'altra sera ho spento la tv e sono andato in cucina, in cerca di qualcosa da fare. Sul fornello c'era la mia vecchia moka nera da due, ho pensato che potevo farmi un bel caffè doppio, visto che tanto non avevo nessuno con cui dividerlo perché Betsabea è stata fatta a fettine e Domenico è sparito (e del resto non beve caffè). Ho preso in mano la caffettiera e ho iniziato a sciacquarla sotto il getto del lavandino, e ho visto che il nero veniva via. Allora ho capito che la caffettiera non era nera, era soltanto sporca, strati di calcare e caffè bruciato che l'avevano fatta diventare perfettamente nera, e mi avevano portato a pensare che fosse quello il suo colore. Il nero. Invece no. Allora ho preso una paglietta di lana d'acciaio, sono andato a sedermi sul divano e ho cominciato a sfregare la caff...

So cosa provate

– Sono tornato. – Perché, eri andato via? La domanda di Creativo n.3 in realtà non ha il tono di una domanda, ma di un'affermazione. Così non rispondo, anche perché non saprei cosa rispondere, e mi limito a guardarlo. Siamo in piedi davanti al distributore automatico di bevande calde, io sorbisco un 12, lui sorseggia un 31. – No, scusa sai n.5, è che sono tornato oggi dalle ferie, tre settimane della stramadonna in Nuova Papuasia, quindi ero via anche io, sai com'è. E te? Dove sei stato di bello? – Nuova Papuasia? – Anche tu? – fa, e il suo bicchierino di plastica scricchiola di tensione. – No, no. Volevo dire, Nuova Papuasia non l'ho mai – – Ehilà, coso 3 e coso 5! – ci interrompe Creativo n.2, irrompendo nella saletta ristoro. – Coso 2! Come va? – fa n.3. – Non c'è male, e tu? – Bene, dài. E tu? – Ma bene. Che mi racconti? – Mah, tutto bene. Allora? – Eh! Dài. E tu? – Eh, così. Ma come va? – Te l'ha già detto – faccio io, per interrompere il sortile...